Italiani: pizza, spaghetti e … mandolino?

Gli svizzeri sono sempre puntuali, i latini hanno il ritmo nel sangue, i tedeschi vanno in giro con sandali e calzini bianchi. Da sempre gli stereotipi culturali costruiscono l’immaginario dell’«altro», talvolta banalizzandone aspetti estetici, altre addirittura marcandone il valore caricaturale. Da cosa nasce questa tendenza? Dall’esigenza di collocare ciascuno in un confortevole quadro di riferimento? Dalla tendenza a ritrovare punti di rottura che possano identificare l’altro e differenziarlo dal «noi»? In realtà la ricerca di una spiegazione a quest’abitudine discutibile rischia di cadere in una frustrante impossibilità a ritrovarne le ragioni.

Per decenni, secoli addirittura, l’immaginario collettivo ha costruito il prototipo dell’italiano attorno a tre elementi specifici: pizza, spaghetti e mandolino. Se l’associazione ai due piatti cardini della gastronomia nazionale risulta quasi immediata, più complicata sarà l’identificazione con il terzo, uno strumento musicale quasi leggendario, evocato come la lira che accompagnava i canti dei trovatori medievali, non ben identificabile, a metà strada tra un violino e una chitarra.

Chi si reca oggi in Italia in cerca del famigerato mandolino rischierà di rimanere fortemente deluso. Persino nei più pittoreschi vicoli di Trastevere in Roma o di Napoli, lo strumento archetipico è quasi del tutto inesistente. Viene da chiedersi dunque, quale sia la sua storia e come abbia fatto a diventare tanto evocativo per la cultura italiana.

L’origine del mandolino risale al XVII secolo. Si tratta di uno strumento a quattro corde, intarsiato e con filettature d’avorio e madreperla lungo il manico . Il suo utilizzo è attestato principalmente nella musica popolare (specialmente napoletana) ma in realtà se ne registrano utilizzi anche nella cosiddetta musica «colta» (Mozart lo inserì, ad esempio, nel suo Don Giovanni). La sua sopravvivenza è altresì attestata da varie espressioni linguistiche che lo ripropongo, ad esempio, con valore di aggettivo (culo a mandolino, per indicare un sedere particolarmente apprezzabile), mentre da un punto di vista più prettamente musicale, come anticipato, è quasi del tutto scomparso.

Nonostante ciò, il mandolino è saldamente ancorato al suo ruolo di topos culturale, continua a costruire ed alimentare l’immaginario del visitatore straniero venendo, talvolta, ridimensionato a mero oggetto macchiettistico piuttosto che essere valorizzato come autorevole strumento artistico.

Non ci addentreremo qui in una difesa patriottica di un «oggetto» nobile che malgrado le mortificazione che ha subito, continua a conservare un prestigio doverosamente riconosciuto. Quello su cui si vuole riflettere è piuttosto come il processo di trasformazione di un elemento quotidiano a strumento identitario possa indebolire o semplificare quel difficile e talvolta articolato processo di conoscenza e percezione «dell’altro».

Resta pertanto da chiedersi a cosa serva conservare e perpetuare gli stereotipi culturali, se davvero aiutano ad entrare nell’essenza di un popolo o se al contrario contribuiscono a conservarne una percezione aleatoria, falsata, sfocata, semplificata. O magari si tratta di una confortevole coperta di linus che ci rassicura dall’idea di poter afferrare punti certi del difficile processo di conoscenza e comprensione dell’altro. Ai posteri l’ardua sentenza.

Filippo

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